Scienze Umane

Home » Sociologia

Category Archives: Sociologia

Kevin Bales: come combattere la schiavitù moderna

Kevin Bales: come combattere la schiavitù moderna (video)

***

Kevin Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 265 (ed. or. 1999)

Recensione a cura di Paolo Albertazzi

Tratto da http://www.democraziaoggi.it/?p=236

«Oggi, a livello internazionale, è più probabile che stati e imprese private vengano puniti per aver falsificato un CD di Michael Jackson che per aver impiegato manodopera schiava».

Man mano che ci si inoltra nella lettura di questo bel libro di Bales è probabile che nella mente del lettore – così come è capitato al sottoscritto – prenda sempre più spazio un sinistro interrogativo: perché mai il capitalismo dovrebbe rinunciare ad uno strumento ad esso così funzionale come la schiavitù di tipo contemporaneo, che fornisce mano d’opera a costo pressoché uguale a zero, non coperta da alcuna garanzia e tanto flessibile da poter essere persino eliminata fisicamente in caso di malattia o di fine del lavoro? Sarà questo lo sviluppo futuro della nostra economia? In realtà Bales si occupa solo tangenzialmente di questo aspetto, ma l’accuratezza delle sue stime sui profitti delle aziende basate sulla schiavitù (dal bordello dell’Eterna prosperità a Bangkok ai minimarket della Mauritania – anche il 1.000 % di guadagno!), testimonia la sua attenzione per tale fenomeno e forse la sua apprensione di fronte ad uno sviluppo tanto aberrante del “libero” mercato.
Bales parte come ricercatore sulle nuove forme di schiavitù per ritrovarsi, nel corso delle sue indagini, militante dell’associazione Anti-Slavery International. Tale punto di vista schierato e necessariamente parziale non toglie nulla, considerato il carattere vergognoso del fenomeno studiato, alla serenità dell’analisi e del giudizio. Uno dei maggiori punti di forza di un simile studio consiste proprio in questa capacità di coinvolgimento del lettore, che fa sì che al termine del libro molte cose non gli appaiano più come prima. Non si tratta di effetto di poca portata!
In realtà lo studio di Bales non concede molto al sensazionalismo e risulta anzi fondato sui più classici modelli dell’indagine sociologica. In primo luogo l’autore individua una sorta di “Idealtypus” di schiavitù contemporanea (alla quale stima siano soggetti oggi circa 27 milioni di individui), paragonandola e mettendola a confronto con la forma classica di schiavitù. Non mi pare inutile riportare la sua tabella riassuntiva di questi due tipi:

schiavitù classica schiavitù contemporanea
proprietà legale accertata proprietà legale evitata
alto costo d’acquisto bassissimo costo d’acquisto
bassi profitti elevatissimi profitti
scarsità di potenziali schiavi surplus di potenziali schiavi
rapporto di lungo periodo rapporto di breve periodo
schiavi mantenuti a vita schiavi usa e getta
importanza delle differenze etniche irrilevanza delle differenze etniche

Le cause individuate per l’espansione di questo nuovo tipo di schiavitù sono sostanzialmente tre:

  1. l’esplosione demografica che ha inondato di milioni di individui poveri i mercati del lavoro mondiali;
  2. la globalizzazione economica, che rende possibile l’impiego dei capitali nei luoghi in cui la manodopera è a più basso prezzo;
  3. il cambiamento economico nei paesi in via di sviluppo, che ha fatto crollare gli assetti tradizionali, lasciando spazio a corruzione e avidità estreme.

Individuati tali elementi, l’autore passa ad esaminare, con molta cognizione delle differenti situazioni, i vari ambiti geografici in cui la schiavitù oggi attecchisce e si sviluppa. Le nazioni su cui focalizza la propria attenzione sono Thailandia, Mauritania, Brasile, Pakistan, India; a parte il caso della Mauritania, dove continua ad esistere una forma di schiavitù “classica” (benché de iure abolita con ripetute quanto inapplicate leggi “abolizioniste” – si veda il report del Governo degli USA in proposito), negli altri paesi la schiavitù di nuovo tipo ha trovato un fertile campo nei tradizionali rapporti di sottomissione, soprattutto mediante il meccanismo del vincolo da debito: un individuo o una famiglia accettano un lavoro facendosi pagare una somma in anticipo. Da questo momento, per saldare il debito, lavoreranno gratuitamente (spesso ricevendo solo il cibo minimo per sopravvivere) per il proprio datore di lavoro – padrone, che avrà tutto l’interesse a fare in modo che il debito originario non venga mai annullato, profittando spesso dell’analfabetismo dei propri dipendenti-schiavi. A tale situazione di dipendenza si possono aggiungere la coercizione fisica, le violenze – sessuali o meno – sino alla soppressione dello schiavo non più affidabile. La cosa appare ancora più crudelmente assurda per il lettore, se si considera che nella gran parte dei casi intere famiglie vivono per generazioni in stato di schiavitù per un debito di poche decine di dollari, a volte ancora per meno.
Ci pare utile osservare più nello specifico alcune situazioni analizzate dall’autore.

(altro…)

Max Weber

Tra positivismo e storicismo: la sociologia comprendente e il concetto di “tipo ideale”

Nella seconda metà del XIX secolo ci fu, soprattutto in Germania, una vivace reazione al positivismo e al modo di intendere le scienze umane di Saint-Simon e Comte. Per indicare tale movimento si è soliti utilizzare due termini: 1) Storicismo. Lo storicismo fu un movimento filosofico che ha posto l’accento sull’irriducibilità della conoscenza storica a leggi universali e necessarie (come quelle tipiche delle scienze naturali), giungendo a proclamare la superiorità della conoscenza storica su quella delle altre discipline, in quanto solo tale conoscenza sarebbe capace di cogliere gli aspetti individuali e i valori che costituiscono l’essenza più profonda della vita e della realtà spirituale, e in particolare, il suo continuo mutare, il suo irriducibile dinamismo. 2) Ermeneutica. L’ermeneutica è la scienza dell’interpretazione, una disciplina antica che si diffonde nel XIX secolo e si è sviluppata anche in epoca contemporanea fino ai nostri giorni e che si basa sull’idea che i fatti vadano interpretati e compresi singolarmente, nelle loro specifiche caratteristiche, senza il ricorso a spiegazioni generali.

I positivisti consideravano le scienze naturali il modello cui adeguare quelle dell’uomo e ritenevano che lo stesso metodo scientifico dovesse essere applicato in ogni campo del sapere (in fisica, in biologia, in sociologia, in storia, ecc.). Pensavano inoltre che la ricerca scientifica, sia in campo umano che naturale, servisse a scoprire le leggi generali e a ricostruire i meccanismi insiti nella realtà e a spiegare e prevedere gli eventi. Gli storicisti tedeschi, invece, iniziarono a pensare che lo studio delle vicende umane fosse un campo completamente differente rispetto a quello del mondo naturale, che si trattasse cioè proprio di due diversi ordini di scienza. Dilthey usò l’espressione scienze dello spirito, per indicare il dominio dei fatti umani, contrapposto a quello degli eventi fisici di pertinenza delle scienze della natura. Per gli storicisti, mentre nelle scienze naturali si va alla ricerca di leggi universali, quando si studia la storia umana (e per esteso ogni ambito del sapere umano) l’intento è cogliere i singoli eventi nella loro individualità, unicità e irripetibilità. Ogni fatto è un evento completamente a sé e va capito come tale (ogni fatto va interpretato nella sua unicità, senza ricorso a leggi generali). Lo scienziato che spiega guarda ai fenomeni dall’esterno, nota gli eventi ripetitivi e inferisce connessioni causali; invece chi è teso a comprendere si sforza di cogliere le esperienze umane dall’interno, usando l’empatia (il mettersi nei panni dell’altro) e cercando di rivivere su di sé il vissuto altrui, pertanto è interessato a ricostruire il mondo mentale degli individui che studia, le loro percezioni, i pensieri e le intenzioni.

Max Weber studiò giurisprudenza a Heidelberg e a Berlino e si trovò immerso nel clima intellettuale dello storicismo tedesco. Quindi non poteva sottrarsi all’influenza delle critiche al positivismo. Tuttavia, anziché sposare semplicemente le tesi storicistiche, cercò di conciliare tendenze positivistiche ed ermeneutiche, fondendo in un approccio originale gli aspetti validi di entrambe: creò così quella corrente che va sotto il nome di sociologia comprendente. Dallo storicismo ricavò la lezione della rilevanza della soggettività (per cui le realtà sociali vanno studiate dall’interno a partire dal senso che i partecipanti danno alle loro esperienze). Rigettò però l’idea che la scienza sociale possa fermarsi alla descrizione dei particolari, riducendosi a una collezione di eventi compresi. Il positivismo sbagliava a guardare i fatti umani dall’esterno (in modo distaccato), escludendo il punto di vista soggettivo, ma aveva ragione a cercare leggi generali e spiegazioni. Quindi per Weber la sociologia deve comprendere le esperienze umane nella loro particolarità, ma anche, da quello studio, ricavarne modelli generali. Per Weber i mattoni della costruzione della sociologia sono le azioni individuali e la ricerca comincia sempre dalla comprensione di ciò che fanno i singoli. Il portatore di senso delle azioni è l’individuo, per cui se vogliamo capire realtà come le istituzioni, le religioni, le economie, la politica, ecc., dobbiamo partire da come i singoli individui percepiscono e intendono la realtà, la vita, le cose quotidiane. Per studiare le azioni sociali occorre quindi il procedimento interpretativo, basato sull’empatia e sulla riproduzione dei vissuti altrui. Tuttavia affinché i risultati ottenuti abbiano dignità di discorsi scientifici, l’interpretazione non può ridursi a descrivere casi singoli, ma deve sfociare in una concettualizzazione abbastanza generale da consentire spiegazioni e teorie. Per Weber ciò che si ricava dalla comprensione delle azioni sociali è il tipo ideale (Idealtypus), cioè un particolare modello concettuale. Il concetto di idealtipo somiglia a ciò che in filosofia della scienza si chiama modello e si distingue dalla teoria, perché a differenza di questa non pretende di riprodurre esattamente la realtà. Consiste in un costrutto concettuale con un grado di generalità intermedia tra quelli assai astratti dei positivisti e quelli troppo particolari degli storicisti. Da un lato non perde di vista le peculiarità della situazione specifica, dall’altro consente di fare confronti tra situazioni simili. Il tipo ideale viene ricavato dalla realtà concreta, ma se ne discosta, perché il ricercatore seleziona determinati elementi, ne accentua alcuni più di altri e crea un complesso di collegamenti più unitario e coerente di quello che nei fatti esiste. Il tipo ideale costituisce un’esagerazione concettuale della realtà empirica. Nella realtà non troviamo praticamente mai il tipo ideale, non solo in quanto è un’esagerazione concettuale, ma anche perché di solito più tipi ideali si mescolano a formare il tipo concreto (nella realtà nessun individuo ha tutti i tratti ascritti al modello). Il tipo ideale, scrive Weber, “è ottenuto mediante l’accentuazione unilaterale di uno o di alcuni punti di vista, e mediante la connessione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e discreti… Nella sua purezza concettuale questo quadro non può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un’utopia”. Il tipo ideale è uno strumento euristico, un mezzo utile nella ricerca. Offre infatti un parametro di riferimento per inquadrare ciascun caso concreto, vedendo quanto se ne avvicina o discosta e fa da base per instaurare confronti. (Pensate ad alcuni tipi ideali in cui potremmo essere coinvolti: lo studente italiano tipo, l’insegnante italiano tipo, il cattolico tipo, ecc.).

La dispensa completa può essere scaricata su Doceo

Durkheim: la relazione tra coesione sociale e devianza

Classe 3H

Oggi abbiamo parlato della relazione che esiste, secondo Durkheim, tra coesione sociale e devianza. Si tratta di un aspetto molto interessante del pensiero del sociologo francese, che anticipa alcune concezioni contemporanee, come quelle di Parsons.

Il crimine, sostiene Durkheim, è e ineliminabile. Anzi, una sua totale estirpazione sarebbe un danno perché la devianza ha la funzione latente di aiutare a mantenere la coesione. Quando una legge viene violata, la società provvede alla sanzione e la cosa acquista un valore simbolico, che ribadisce la coscienza collettiva. Infatti, le pene gravi, per D., non hanno alcun valore come deterrenti, ma valgono come rafforzamento della coscienza collettiva.

Scarica la scheda su Durkheim su Doceo.

Durkheim

Classe: 3H

Oggi abbiamo cominciato a studiare Durkheim. In particolare abbiamo parlato dei seguenti concetti:

  • Durkheim ha dato un importante contributo nel processo che ha portato la Sociologia ad essere riconosciuto come una disciplina autonoma, con un proprio oggetto di studio, distinto dalle altre scienze umane.
  • Durkheim è stato il primo (insieme a Tocqueville) a mettere in pratica i metodi empirici elaborati da Comte, in particolare nell’occasione della sua nota ricerca intorno alle cause sociali del suicidio.
  • L’analisi di Durkheim sulle cause sociali dei suicidi contiene un’importante novità che segna la nascita del concetto di “fatto sociale”. Il suicidio infatti viene analizzato da un punto di vista nuovo, sociologico appunto.

In questa pagina di Doceo trovate la dispensa che stiamo utilizzando e un testo di approfondimento (facoltativo).

Bamboccioni, sfigati, mammoni: la rimozione della colpa

Consiglio la lettura di un interessante articolo di Ilvo Diamanti, in cui la questione attuale della acrimonia del maturo establishment verso i giovani (bamboccioni, sfigati, irriducibili del posto fisso vicino a mamma e papà, fino a ieri simbolo del futuro, oggi considerati emblema della resistenza alla modernizzazione, al pari di tassisti e notai  …) viene vista da un punto di vista sociologico che sfuma quasi nella psicoanalisi, tirando in ballo la categoria del senso di colpa. Colpe dei giovani: quali sarebbero? A guardare le statistiche, molte accuse nei loro riguardi (per esempio che non vogliono muoversi per cercare lavoro) sembrano prive di fondamento. Colpe dei loro genitori: aver accumulato un immane debito pubblico che oggi frena sviluppo economico e mercato del lavoro. Spostare le colpe sui giovani non sarà forse l’effetto di un meccanismo di rimozione delle proprie colpe?
Leggi l’articolo