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Category Archives: Psicologia

Multimedia Learning

Una raccolta di articoli scientifici di Paolo Giordani sul tema del “multimedia learning”

01_La mente in azione (parte 1)

02_La mente in azione (parte 2)

03_Come ridurre i processi estranei

04_come favorire i processi essenziali

05_flessibilita_cognitiva (parte 1)

06_flessibilita_cognitiva (parte 2)

07_flessibilita_cognitiva (parte 3)

08_flessibilita_cognitiva (parte 4)

Eugenio Borgna contro il DSM-5

http://espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2014/03/21/news/giu-le-mani-dalla-psiche-il-dsm-5-tutto-sbagliato-1.158037?ref=HRBZ-1

Il tempo vissuto

Tratto da http://www.biuso.eu/2010/04/14/il-tempo-vissuto/

Il tempo/spazio costituisce l’esperienza fondamentale dell’umano e del suo stare al mondo, è «per ognuno di noi il problema più vivo, più personale» (pag. 5). Anche per questo la radice profonda e l’espressione immediata delle psicopatologie non può che coinvolgere la sua percezione e rappresentazione. Il distacco dalla realtà, qualunque forma essa assuma, è un distacco dal fondamento temporale della vita umana.

Il patologico, mostrandoci che il fenomeno del tempo e probabilmente anche quello dello spazio si situano e si organizzano nella coscienza malata diversamente da come lo concepiamo di solito, mette in rilievo caratteri essenziali di questi fenomeni che, proprio a motivo della poca distanza che ci separa da essi nella vita passerebbero inosservati o sarebbero considerati del tutto naturali. (8)

Il disorientamento temporale si accompagna quasi sempre a un disorientamento nello spazio; la malattia psichica è anche una rinuncia alla dimensione fondamentale del futuro, a quello slancio verso l’ha da essere il cui rallentamento e diminuzione produce «ora l’impossibilità di liquidare le situazioni presenti, ora il sentimento di una determinazione ineluttabile a opera del passato» (279). Della complessità esistenziale e psicologica, della sua varietà, si perdono le differenze e rimane l’identità; si dissolve il molteplice a favore dell’uno; si perde il tempo nel dominio dello spazio. Nello spazio, infatti, «noi cerchiamo il simile e l’identico, nel tempo viviamo il nuovo e il dissimile» (314-315).
La schizofrenia è in gran parte il risultato di tale dinamica esclusiva ed escludente, che tende ad arrestare lo slancio della vita interiore in «atti senza domani, atti congelati, atti a corto circuito, atti che non tendono a concludere» (265), tanto da poter dire che lo schizofrenico venga «attirato solo da quello che è spazio, che solo così si senta a suo agio, e che fugga tutto ciò che è divenire e tempo» (262).

Se una caratteristica primaria del tempo è il divenire incessante di questa “massa liquida” (Bergson) che sta ovunque intorno e dentro all’io e che plasma l’«io-qui-adesso» (258) del corpo umano, i processi morbosi consistono anche e proprio nel ridurre tale struttura a una immobilità densa e senza futuro, nella quale i ricordi tendono ad assumere sempre più la figura deformata della persecuzione e di una infinita tristezza. La memoria, infatti, non si limita a registrare l’accaduto ma lo reinventa di continuo. La malattia mentale è una reinvenzione parziale, statica, deformata sino all’allucinazione.
Di contro, gli stati d’equilibrio -sempre fragili- della psiche consistono nel mantenimento della «innata solidarietà spazio-temporale» che è «paragonabile a quella della solidarietà organico-psichica» (22). Ha quindi ragione Heidegger, (del cui libro del 1927 Minkowski afferma comunque di non aver potuto discutere) a definire il tempo come avvenire-essente stato-presentante, «gewesend-gegenwärtigende Zukunft» (Sein und Zeit, § 65, p. 916 dell’edizione Mondadori 2006) e il futuro come «il fenomeno primario della temporalità originaria e autentica» (Ivi, § 65, pp. 925-927).

Secondo Minkowski, infatti, c’è un’asimmetria tra passato e futuro: «l’avvenire vissuto ci è dato incontestabilmente in modo più primitivo del passato. Esso reca con sé nella vita il fattore creatore, di cui il passato sembra essere interamente privo» (39). Ogni raggiungimento apre ad altri obiettivi, ogni luogo dispiega nuovi itinerari, ogni qui è un oltre. Dove ciò non accade il corpo è diventato salma. Perché anche questo è il tempo vissuto, «una riserva eterna e inestinguibile di forze, senza la quale non si potrebbe vivere» (76).

I testi che compongono il libro furono redatti lungo una ventina d’anni e a volte emergono differenze e ripetizioni. Il fondamento è tuttavia sempre chiaro e unitario, radicato com’è nelle tesi bergsoniane e husserliane dei dati immediati della coscienza e delle visioni d’essenze. La prima parte è un Saggio sull’aspetto temporale della vita, la seconda mette alla prova i postulati teorici mediante il confronto con numerosi casi clinici. Il risultato è un testo che offre conferma anche empirica della ricchezza teoretica ed esistenziale della temporalità fenomenologica.

Le emozioni

Le emozioni sono una componente fondamentale della vita umana. Ogni nostra giornata ne è piena: gioia, tristezza, paura, collera, vergogna… spesso si alternano e si sovrappongono, anche in un breve lasso di tempo. Per la loro importanza da sempre gli uomini se ne sono occupati: i filosofi, i poeti, i romanzieri, i musicisti e i pittori, e in tempi più recenti gli scienziati, soprattutto psicologi ed etologi.

La dispensa completa può essere scaricata su Doceo

La psicoanalisi

Quell’oscuro oggetto del pensiero…

Precisazioni iniziali

Il termine psicoanalisi viene utilizzato solitamente con due diverse accezioni:

–          Può designare una psicoterapia e quindi un trattamento rivolto a chi ha un disagio psichico;

–          Può indicare una teoria generale della personalità e una concezione globale dell’uomo e della società che può essere paragonata alla teoria di Darwin sull’origine della specie.

Dall’isteria all’inconscio

Sigmund Freud (Freiberg, Moravia 1856; Londra 1939) studiò medicina a Vienna e si specializzò nella cura delle nevrosi. In quel periodo non si disponeva di teorie soddisfacenti per risolvere questi problemi e per “curare” i pazienti venivano utilizzate tecniche di dubbia efficacia, come l’immersione in acqua fredda (idroterapia) e la stimolazione elettrica delle terminazioni nervose (elettroterapia). In particolare, la psichiatria ottocentesca si rivelava impotente nei confronti delle cosiddette “patologie isteriche”. L’isteria, che si credeva colpisse solo le donne (Isteria, dal greco hysteron, “utero”), è una malattia in cui i disturbi psicologici convivono con manifestazioni patologiche a carico del fisico (come una paralisi temporanea del corpo senza che il soggetto soffra di lesioni cerebrali) e le cui cause non sono riscontrabili in qualche alterazione organica.

Jean-Martin Charcot (1825-1893) sperimentò l’ipnosi nella cura di alcuni pazienti affetti da queste tipologie di nevrosi, ottenendo in molti casi una remissione dei sintomi. Si trattava di portare il soggetto a uno stato di incoscienza simile a quello dello sonno, in modo da indurlo ad accettare passivamente le istruzioni dell’ipnotizzatore.

Anche Freud adottò all’inizio questa tecnica, insieme allo psichiatra Joseph Breuer (1824-1925), intuendo come questo metodo poteva aprire una strada a un’interpretazione del tutto nuova delle patologie isteriche. Infatti, in stato di ipnosi, il paziente poteva rievocare ricordi della sua vita che credeva di aver dimenticato e spesso poteva guarire dai suoi sintomi patologici proprio rivivendo le esperienze che li avevano causati. Famoso il caso di Anna O., giovane donna curata da Freud, che insieme ad altri sintomi (paresi, afasia, ecc.), accusava una strana repulsione per l’acqua (idrofobia). Sotto ipnosi la paziente riuscì a descrivere il fatto biografico traumatico che diede origine alla fobia (aveva visto il cane della sua governante, persona a lei non gradita, bere da un bicchiere) e a rivivere (catarsi = purificazione) la sensazione di disgusto che aveva provato in quella circostanza, ma che non aveva espresso.

Da qui Freud capì che i sintomi di malattie psichiche non sono altro che la manifestazione esteriore di una causa collocata in una dimensione che il pensiero cosciente non può né raggiungere, né richiamare a sé con un semplice sforzo della riflessione e della memoria. Freud chiamò inconscio questo livello più profondo della psiche inaccessibile alla coscienza.

La dispensa completa può essere scaricata su Doceo

La psicoanalisi: rimozione, sintomo, sogno

Classe: 3I

Oggi abbiamo ripreso le lezioni intorno alla psicoanalisi, ci siamo soffermati in particolare sui seguenti concetti:

  • Rimozione. Meccanismo psichico automatico, con cui il soggetto allontana inconsapevolmente dall’orizzonte del pensiero cosciente contenuti psichici a lui sgraditi o intollerabili, instaurando poi un sistema duraturo di “difese” contro di essi.
  • Sintomo. È la rappresentazione, ovvero la manifestazione esteriore nella sfera somatica, di un contrasto penoso che si instaura a livello psichico-emotivo e che esiste inconsciamente, perciò il sintomo insorge in luogo di un trauma non ricordato.
  • Trauma. Designa ogni esperienza connessa ad angoscia, sgomento o vergogna. Invece di un unico intenso trauma spesso vi sono vari traumi parziali che si sommano nella loro efficacia.
  • Sogno. È la principale “porta d’accesso all’inconscio”. I sogni racchiudono sempre un senso profondo che deve essere scoperto, infatti il sogno è sempre la realizzazione, seppure camuffata, di un desiderio inconscio. Per Freud interpretare un sogno significa risalire dalla situazione onirica ricordata e riferita dal sognatore – il contenuto onirico manifesto – al complesso di pensieri e sentimenti inconsci che l’hanno generata – contenuto onirico latente. Interpretare un sogno consiste nel ripercorrere a ritroso quel processo, che Freud chiama lavoro onirico, mediante il quale contenuti altrimenti interdetti alla coscienza vengono “travestiti” per potervi accedere in forma di immagini oniriche, grazie anche alla minore resistenza opposta dal soggetto che dorme.

In questa pagina di Doceo ho raccolto diversi materiali multimediali su Freud e la psicoanalisi.

Le emozioni. Che cosa sono e a che cosa servono

Oggi, in Psicologia, con la classe IH, abbiamo continuato la riflessione sulle emozioni. Nella discussione sono emersi i seguenti punti:

  • Le emozioni sono una componente fondamentale della nostra vita
  • Le emozioni sono qualcosa che ci spinge ad agire in un certo modo e sono utili per la nostra sopravvivenza e per un adeguato rapporto con l’ambiente
  • Vi sono alcune emozioni fondamentali, come la rabbia, la paura, la tristezza, la gioia, ecc.

Vi ho assegnato delle ricerche di gruppo. Ogni gruppo ha scelto un’emozione. Nella prossima lezione cominceremo le ricerche e vi spiegherò nel dettaglio che cosa fare.

Intanto vi chiedo di scaricarvi questa scheda, che costituirà materiale di studio: http://doceo.pbworks.com/w/page/50776022/Le%20emozioni

L’adolescenza interminabile

Da L’età incerta, di Silvia Vegetti Finzi, Oscar Mondadori, pagg. 161-162

Silvia Vegetti Finzi, in queste pagine, analizza il fenomeno della progressiva dilatazione dell’adolescenza, che le definisce come “adolescenza interminabile” e lo riconduce alla relazione ambivalente (“doppio movimento”) a cui i genitori hanno abituato i propri figli: da un lato, con una comunicazione esplicite e razionale, di incoraggiamento e fiducia (“Diventa grande, autonomo, adulto”), e dall’altro, spinti da meccanismi inconsci di difesa, di trattenimento in una situazione di dipendenza (“Sei ancora piccolo, non sei in grado di sbrigartela da solo”). Tutto ciò rende ancor più difficile, perché appesantita da un carico di sensi di colpa e da scarsa autostima, quella conquista dell’autonomia, che per l’adolescente rappresenta la sfida primaria.

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Crescendo, gli adolescenti ricordano inevitabilmente a coloro che appartengono alla generazione precedente che il tempo non è una freccia ferma, che gli anni passano anche per loro. E che non sono “immortali”. Paradossalmente, solo se i figli non diventassero mai adulti si avvererebbe il sogno di fermare il tempo, di non invecchiare mai. Di fronte al figlio adolescente che fra non molto prenderà il loro posto sulla scena della vita, i genitori si trovano spesso in balia di sentimenti contrastanti: da un lato la soddisfazione nel vederlo progredire, e dall’altro il desiderio che resti pur sempre il “loro bambino”. Se a livello razionale fanno di tutto per sospingere i figli verso l’autonomia, a livello inconscio si insinua in loro un meccanismo di difesa che li induce a trattenerli in una situazione di dipendenza, accentuando quel “doppio movimento” – due passi avanti e uno indietro – già insito nella crescita adolescenziale, fino a cristallizzarla in una situazione di immobilità. Al messaggio esplicito che comunicano  ai figli – “Diventa grande, autonomo, adulto” – in molti casi si sovrappone così quello inconscio, che colpisce più in profondità: “Sei ancora piccolo, non sei in grado di sbrigartela da solo”, come se i genitori non potessero immaginare che il figlio riesca davvero a cavarsela senza il loro aiuto.

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Gli adolescenti, la musica, le emozioni

La musica riveste un ruolo importante nella vita delle persone e in modo particolare degli adolescenti. La musica permette alle nostre corde più profonde di vibrare e ci fa sentire in modo forte le emozioni che confusamente in noi si agitano. Allo stesso tempo la musica ha un grande potere calmante e perfino catartico (di purificazione… insomma una grande agitazione interiore al termine della quale, però, ci sentiamo come liberati e sereni), rappresentando in modo simbolico, come un oggetto di fronte a noi (e in definitiva come in uno specchio), le angosce e le pulsioni più estreme con le quali da sempre gli esseri umani si sono confrontati. Queste pagine di Silvia Vegetti Finzi, mi sembrano particolarmente illuminanti e quindi ne consiglio a tutti la lettura.

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Da L’età incerta, di Silvia Vegetti Finzi, Oscar Mondadori, pagg. 172-174

Il linguaggio universale che attraversa le culture giovanili da una parte all’altra del pianeta è la musica: un sogno a tutto volume che esalta le emozioni, amplifica i desideri, dilata le fantasie. Nelle sue infinite variazioni la musica fa da sfondo all’adolescenza, segnando di generazione in generazione un’età, un’epoca, un  modo di vivere, di soffrire e di amare. Chi non ha mai provato uno struggente senso di nostalgia nel riascoltare per caso un ritmo, una voce, una canzone che rievoca il tempo della giovinezza? Ma oggi la musica non è più circoscritta a momenti particolari: dilaga sempre e ovunque. I ragazzi vivono immersi in un mare di suoni che scandiscono la loro vita come un leitmotiv permanente. Ascoltando musica da soli, in coppia, in gruppo o in centomila. Nella loro stanza, per strada, nel metro. Ai concerti, in discoteca, in birreria. Mentre studiano, leggono, pensano, parlano, discutono, fanno l’amore.

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Bamboccioni, sfigati, mammoni: la rimozione della colpa

Consiglio la lettura di un interessante articolo di Ilvo Diamanti, in cui la questione attuale della acrimonia del maturo establishment verso i giovani (bamboccioni, sfigati, irriducibili del posto fisso vicino a mamma e papà, fino a ieri simbolo del futuro, oggi considerati emblema della resistenza alla modernizzazione, al pari di tassisti e notai  …) viene vista da un punto di vista sociologico che sfuma quasi nella psicoanalisi, tirando in ballo la categoria del senso di colpa. Colpe dei giovani: quali sarebbero? A guardare le statistiche, molte accuse nei loro riguardi (per esempio che non vogliono muoversi per cercare lavoro) sembrano prive di fondamento. Colpe dei loro genitori: aver accumulato un immane debito pubblico che oggi frena sviluppo economico e mercato del lavoro. Spostare le colpe sui giovani non sarà forse l’effetto di un meccanismo di rimozione delle proprie colpe?
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