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A proposito di Pasqualina

Leggo che ci sarà un nuovo convegno a Macerata sul “fenomeno Pasqualina”, con tanto di docenti, scienziati e medici, mescolati ad uno studioso di parapsicologia. Non capisco esattamente che piega voglia avere questo convegno, ma voglio esprimere il mio personale disagio, di fronte al credito che tali storie “miracolistiche” hanno fra la gente che mi circonda e con la quale convivo. A tal proposito riporto uno scambio di e-mail avuto con uno dei responsabili del Cicap.

Gentile dott. Fuso,

ho tirato un sospiro di sollievo quando ho letto il suo articolo, dal sito del Cicap, su Pasqualina Pezzola, la veggente di Civitanova Marche. “Possibile che nessuno abbia messo in discussione ciò che si dice intorno alle presunte doti “soprannaturali” di questa persona, mi chiedevo?

Vivo a Macerata da un paio d’anni e fino a non molto tempo fa non avevo mai sentito parlare di Pasqualina Pezzola, ma recentemente ho avuto modo di constatare, discutendo con alcuni parenti, quanto sia vigorosa (ancora oggi) la credenza nel “dono” della Montesanta. Alle mie obiezioni circa l’infondatezza scientifica di cose come “viaggi astrali”, OBE, diagnosi telepatica (non saprei come definirla), loro controbattevano che il caso di Pasqualina fosse stato studiato e “verificato” da una pletora di medici e scienziati. Chi fossero però questi medici e scienziati non sapevano dirlo. Cercando su internet, l’unica documentazione che ho trovato riguarda un non troppo attendibile esperimento condotto dal medico e “parapsicologo” (ammesso che questo sia un titolo) Piero Cassoli.

Ma c’è ancora di più. Nel gennaio di quest’anno è uscito un libro commemorativo dedicato alla veggente, intitolato “Pasqualina Pezzola, la Montesanta: una leggenda del Novecento”, che raccoglie testimonianze dirette e indirette di persone che si sono rivolte a lei. Il libro è stato presentato con grande enfasi e grande partecipazione di pubblico al teatro Rossini di Civitanova Marche, con il sostegno attivo della Provincia di Macerata e dell’allora Presidente Giulio Silenzi, il quale annunciava in quella sede “la costituzione di un’Associazione culturale intitolata a Pasqualina”. Inoltre sempre sul sito della Provincia di Macerata si legge come gli autori del libro “si sono avvalsi anche della collaborazione di tanti ragazzi delle scuole medie di Civitanova che hanno raccolto i ricordi di loro familiari, in particolare dei loro nonni”.

Io ritengo tutto ciò molto dannoso. Nel momento in cui avvallano tali credenze, le nostre istituzioni contribuiscono fortemente a creare le condizioni per cui tante persone, per debolezza psicologica o mancanza di adeguati strumenti culturali, possono cadere nella rete di imbroglioni e ciarlatani, con gravi conseguenze per la propria salute e finanza.

Infine penso che nelle scuole ai bambini non dovrebbe essere insegnato a credere nel paranormale, quanto piuttosto a dedicarsi alle scienze e alla cultura, uniche vie di promozione degli individui e di progresso sociale.

Le sarò grato se vorrà indicarmi ulteriori contributi sulla questione.

Nel ringraziarla per il suo lavoro le porgo
distinti saluti

***

Ecco la risposta:

Gent.mo Paolo Giordani,
La ringrazio per la mail. Condivido pienamente quello che Lei dice.
Le allego l’articolo di Paolo Diodati cui faccio riferimento nel mio articolo.
Un cordiale saluto.
***
Ed ecco l’articolo di Diodati:

Il mistero di Pasqualina

di Paolo Diodati

Già da quando abitavo, negli anni sessanta, ad Ancona, mi parlavano di Pasqualina. Mi raccontavano cose incredibili: diagnosi di malattie fatte cadendo in trance e sfiorando con le mani il corpo del “malato”, ma anche guardando una fotografia e leggendo un indirizzo. In quest’ultimo caso dicevano che, se ad esempio la località indicata era negli Stati Uniti, lei simulava il volo in aereo con mosse e rumori; andava nel luogo indicato dall’indirizzo, visitava e quando usciva dalla trance si mostrava spossata per l’impresa. Comunque forniva immediatamente l’immancabile diagnosi. Si accontentava di un’offerta in denaro che doveva tener conto dei disagi e della maggior fatica della trasferta. Io non potevo trattenermi dal ridere. Ricordo che una volta, quando facevo ancora il liceo, venni bacchettato da un gruppo di studenti universitari più grandi me. Mi dissero che ero un oscurantista prevenuto, mi trattarono da vero e proprio ignorante, perché loro, frequentando la facoltà di medicina, potevano capire e giustificare molte ipotesi per spiegare quei fatti apparentemente straordinari. Io non mi facevo certamente intimorire e rispondevo con il più ovvio del sarcasmo: «Ora ci vado io da Pasqualina, le do una foto d’un morto o un indirizzo inesistente… e lei… RUUUNNNN… RUUUNNNN… prende il volo in trance… si riposa sdraiata per un po’… e poi…» e giù con le sciocchezze.

Ci fu un periodo in cui, vedendoci per quello splendido luogo di ritrovo che è il viale che porta al Passetto, non facevo che litigare con amici e conoscenti sulle incredibili imprese della Pasqualina. Una delle sere in cui la discussione divampò con più vigore, un futuro medico mi mise momentaneamente in difficoltà, urlandomi: «Pasqualina viene consultata anche dai medici di Ancona! C’e’ un primario, dico: u-n- p-r-i-m-a-r-i-o, che, nei casi difficili e dubbi, la convoca all’ospedale o le manda i pazienti per una diagnosi! La Pasqualina non cura, non imbroglia, ma ha poteri basati su facoltà sconosciute, ma documentabili e scientificamente riconoscibili su basi statistiche! I medici non sanno come fa, ma azzecca tutte le diagnosi!»

A più di trent’anni da quelle accese discussioni, lasciata la costa adriatica, vivo in esilio a Perugia. Avevo dimenticato Pasqualina, quando mi hanno segnalato che il suo caso è stato presentato su Rai 3, nel corso della trasmissione televisiva “Misteri”, nella quale è stata confermata la voce sui medici che la consultano. Ho chiesto informazioni in giro, ovviamente nei luoghi opportuni, e ho avuto la sensazione che, se si facesse un’inchiesta su qual è, attualmente, il caso paranormale più documentato, accertato e più eclatante, Pasqualina risulterebbe ai primissimi posti, probabilmente al primo assoluto, in Italia e, chissà, forse anche in Europa. Mi sono convinto che, essendo ultraottuagenaria, tra non molto, purtroppo in tutti i sensi, entrerà nella leggenda. Mi è capitata l’occasione di dare un piccolo contributo alla verità, potendo constatare personalmente metodo, linguaggio e percentuale di successi in alcune diagnosi. Non ho voluto perdere tale occasione ed ecco il resoconto.

La prima “visita”

Nel gennaio del 1996 era stata diagnostica, a un mio carissimo amico cinquantenne, una miocardite dilatativa che, ovviamente, lo preoccupava molto. Mi parlò di Pasqualina, della trasmissione televisiva, mostrandosi interessato a conoscerla. Decisi quindi di accontentarlo, accompagnandolo dalla sensitiva. Avrei colto l’occasione per studiare in prima persona il caso.

Procuratomi l’indirizzo, Pasqualina Pezzola, via Molino 93, Portocivitanova, Ascoli Piceno, tel. 0733-812645, fu possibile fissare un appuntamento solo per un giorno d’aprile, alle ore 8.30, dato che la sua agenda era un “tutto esaurito” fino ad allora. Per telefono mi chiese cosa volessi. Dovetti specificare che avrei portato con me l’amico e non una sua foto, perché lei, disse, non visitava per foto. Aggiunse anche che non si interessava di fatture, malocchi e scongiuri vari. Eseguiva esclusivamente “visite mediche”.

Le chiesi se era vero che per farsi visitare alle 8.30, bisognava arrivare verso l’una di notte per prendere il posto. Rispose che non era più così, perché aveva deciso di ridurre al minimo le visite, data l’età.

Arrivammo alle 8.30 esatte, ma trovammo lo stesso otto persone. Con noi eravamo in dieci, nella saletta d’aspetto. Dovemmo aspettare fin verso le dieci, mentre continuavano ad arrivare altre persone, mai da sole: o in coppia o in tre. Nello studio o ambulatorio, non so come chiamarlo, vi erano almeno tre sedie per i pazienti e una per la Pasqualina. Vi era poi un tavolino con sopra un’agenda per gli appuntamenti e un’immagine sacra, con fiori.

Chiese conferma dei nostri nomi e del luogo di provenienza. L’amico, chiamiamolo Giovanni, era palesemente impacciato e silenzioso, forse anche un po’ intimidito o impaurito dalla possibilità che Pasqualina dicesse qualche cosa di grave sullo stato del suo cuore. Io ero molto curioso e impaziente di vedere all’opera, finalmente con i miei occhi, la celebre sensitiva.

Prima ci chiese se eravamo parenti e, quando seppe che eravamo solo buoni amici, iniziò. «Cominciamo con te!”, disse a Giovanni, e lo fece sedere sulla sedia di fronte alla sua.

Io mi sedetti di fianco al mio amico. Pasqualina si accomodò, mettendosi le mani sulle ginocchia. Cominciò a scrutare attentamente il mio amico, poi, facendosi il segno della croce, chiuse gli occhi e si alzò con le mani prima congiunte, in segno di preghiera, poi allungando le braccia, come in cerca del corpo di Giovanni. Teneva le labbra socchiuse e in movimento abbastanza rapido, forse per la preghiera. è il caso di dire “alto era il silenzio…”.

Giovanni aveva chiuso gli occhi pure lui e si porgeva immobile. Le mani della donna raramente lo toccavano, ma lo sfioravano, a partire dalle spalle, in giù, per il petto, il busto, le gambe. Gli prese le mani, le sollevò, facendogli capire che doveva alzarsi. Gli appoggiò l’orecchio al petto, soffermandosi più a lungo dalla parte del cuore. Poi gli sfiorò l’addome, di nuovo le gambe, fino alle ginocchia. Si spostò sulla schiena. Appoggiò l’orecchio alle spalle, sfiorò con le mani tutta la schiena, il bacino, le gambe. Tornò sul davanti, prendendo di nuovo una mano. Sfiorò tutto il braccio, tastando infine il polso. Accarezzò il dorso e passò all’altro braccio, con lo stesso rituale.

La bocca tremante, l’espressione assorta del viso, sempre con gli occhi socchiusi, tutto ispirava una grande concentrazione. I movimenti erano di indubbia eleganza. Così, come in una danza che volge alla fine, riprese entrambe le mani di Giovanni e lo fece sedere. Poi, lentamente, fece due passi indietro, appoggiò le mani sulle ginocchia, si rimise seduta, si appoggiò allo schienale, si distese e, sempre con le mani sulle ginocchia, tremò con tutto il corpo, come fosse attraversata da violentissimi brividi. I movimenti terminarono concentrandosi sul suo capo, con degli ultimi sussulti: si distese ancor di più sulla sedia, si stirò e, mentre con la testa raggiungeva il massimo dell’ampiezza dei movimenti, ruotandola ora a destra, ora sinistra, coprì con le mani il volto e riaprì gli occhi. Diede chiari segni di spossatezza e, per essere ancora più chiara, fece col capo e col viso dei movimenti per dire: «Eh… che immane fatica… e che stanchezza!” Poi

sorrise e iniziò un colloquio in cui si alternavano domande ad affermazioni e alcune volte si stentava a capire proprio il tono della frase per poter stabilire se era una domanda o un’affermazione.

Ecco il resoconto della diagnosi:

«Ti dole la testa…»

«No, non mi duole, a volte la sento confusa, in questo periodo mi stanco troppo e troppo spesso…»

«Appunto! Alla testa nun c’hai niente. Nun c’e` nessun tumore! Devi stare tranquillo! C’hai la pressione normale, ho misurato 130 e c’hai 7 milioni e 200 di globuli bianchi. La glicemia sta a posto, l’uricemia lo stesso, la prostata è appena ingrossata…»

«E il cuore e il cuore come sta?», l’interruppe Giovanni.

«Eh, al cuore qualche problema ce l’hai, infatti la stanchezza che senti dipende un po’ pure da quello, perché i dottori che t’hanno detto? Ti sei fatto visità?»

«Sì, m’hanno trovato qualcosa che non va…», disse Giovanni un po’ rassegnato e un po’ allarmato.

«C’hai il ventricolo destro che fatica, infatti ti senti stanco… C’hai pure qualche doloretto digestivo… la milza sta bene».

«Qualche volta sento proprio un senso di peso… e i reni, come stanno?»

«C’hai problemi al rene destro. C’hai i calcoli. Li ho visti, sono più di tre. Ma nun so’ tanto grossi… tieni, mo’ ti scrivo la ricetta. Prendi le foglie d’ulivo. Ne metti a bollì sette-otto in mezzo litro d’acqua, per un quarto d’ora. Vedrai che spariscono: te ne liberi».

Giovanni rimase silenzioso per il resto della seduta. Oltre che problemi al cuore, aveva dei calcoli proprio al rene destro!

Il mio turno

Fu dunque il mio turno. Pasqualina mi fece sedere al posto di Giovanni che si accasciò sulla sedia accanto. Cominciai a farle delle domande, perché non resistevo dalla curiosità.

«Ma cosa vede, quando va in trance, per poter dire se uno sta bene o male?»

Non si scompose e parlò a lungo, descrivendo ciò che le capitava.

«Io vado dentro il corpo e vedo tutto, quindi ti posso dire se stai bene o malato…»

«Ma come fa a contare il numero dei globuli e a misurare la pressione?»

«Fijo mio, è da quando ero ‘na ragazzetta che mi succedono cose strane. Io stavo su una stanza e sentivo che in un’altra una stava male. M’hanno presa per matta all’inizio, me volevano ricoverà e m’hanno anche fatta visità. Ma poi se so dovuti arrende pure i medici. E dopo hanno cominciato a chiamarmi pure loro, quando nun ce capivano niente. Ma nun è merito mio. è la volontà del Signore».

«Sì», insistetti, «ma quando lei entra dentro e vede tutto, che vede:

un numero, per contare i globuli?»

«Io sento una sensazione di troppo o di poco e poi mi viene il numero, così per la pressione! Il fatto è che ci acchiappo! Se il tuo amico si misura la pressione, trova il valore che jò detto prima!»

Smettemmo di parlare, si rifece il segno della croce e ripeté l’identico rituale che avevo visto fare con Giovanni. Io non chiusi mai gli occhi. La vedevo tesa e protesa verso di me. Mi avvicinava ora le mani ora un orecchio, mi accarezzava con molta delicatezza. A volte pensavo che fosse una variante della rabdomanzia, con l’uso delle proprie mani al posto della forcella; altre volte sembrava che lei fosse, con tutto il suo corpo, una specie di sensore umano. Per non essere del tutto prevenuto, mi sforzavo di trovare qualche interpretazione fantascientifica. Pensavo all’ecografia. E se fosse vero che lei emana un flusso magnetico che penetra nei corpi e ne riesce modificato, in modo da poterne percepire la variazione? Perciò, cercai di convincermi, si chiamano “sensitivi”.

E mentre lei mi danzava intorno, decisi di avere un atteggiamento diverso da quello di Giovanni. Non avrei fatto alcuna domanda sullo stato di qualche particolare organo. Devo aggiungere che, a detta dei comuni conoscenti, sono apparentemente più giovane di Giovanni, mentre in realtà ho tre anni più di lui.

Appena riaprì gli occhi, scuotendo la testa, le feci un bel sorriso e lei, subito: «A te nun te dole la testa, nun c’hai niente… in testa… nun c’e` nessun tumore, la prostata sta bene, hai avuto qualche bronchitella, però ai polmoni nun c’hai niente, perché, che t’hanno detto i dottori?»

Ed io, con un sorriso da ebete: «Sì, infatti… no, niente…»

«C’hai appena appena i globuli rossi un po’ bassi, di pressione c’hai ottanta… qualche volta c’hai qualche doloretto di pancia, o te dole molto?»

«No. Per niente», risposi.

«E io che t’avevo detto? Hai visto che c’ho preso? Qualche volta ti senti stanco, ma è il lavoro che fai che ti stanca di testa. Tu nun lavori i campi… e nun fai neanche un lavoro manuale, è vero?»

«Tutto vero», dissi con un sorriso d’ammirazione.

«Va be’, tu stai bene, sei sano, è l’amico tuo che sta male!»

Giovanni, che era stato fino ad allora in silenzio e con gli occhi chiusi, forse per riguardo nei miei confronti, fu così bruscamente richiamato alla realtà. Si alzò quasi di scatto e, mentre io mi accingevo a pagare, vedendo che Pasqualina voleva dirmi qualche cosa all’orecchio, si avviò verso l’uscita. «L’amico tuo sta male, stagli vicino, tu stai bene…»

Appena saliti in macchina, Giovanni si mostrò molto colpito, disse che trovava incredibile che avesse parlato in quei termini del suo cuore e del rene destro. Aveva accusato il colpo ed era ancora più preoccupato per il suo stato. Anch’io, a dire il vero, in un primo momento, avevo pensato a delle coincidenze davvero stupefacenti. Ma, un po’ per cercare di consolare il mio amico, un po’per trovare una spiegazione all’incredibile “coincidenza”, iniziai a esaminare più freddamente la situazione, dicendogli: «Per spiegare il successo di Pasqualina bisogna ragionare in termini probabilistici. Chi si rivolge a un sensitivo? Ovviamente o chi sta male, o chi pensa di star male e, per un motivo o un altro, non si ritiene soddisfatto dalla medicina ufficiale. Molto spesso si tratta di persone che si sentono male, ma alle quali i medici non hanno diagnosticato una malattia con sicurezza. Oppure, al contrario, si può trattare di persone che non vogliono credere alla diagnosi ufficiale e sperano di contrapporle quella fatta con mezzi paranormali».

«Una persona di particolare talento intuitivo, come deve essere stata indubbiamente la Pezzola, e per giunta con il famosissimo “occhio clinico” (che permette, appunto, di fare alcune diagnosi “ad occhio”), lavorando su questo particolare materiale umano, può azzeccare delle diagnosi, andando così ad alimentare le credenze-speranze ataviche sull’esistenza di fenomeni paranormali di questo genere. Ma se si volessero verificare seriamente, senza preconcetti, i “poteri” di Pasqualina, bisognerebbe farle visitare persone sane e persone malate, in egual numero».

Giovanni mi interruppe subito facendomi notare che intanto lei aveva individuato lui come malato e me come persona sana. Al che risposi che non bisognerebbe assolutamente far trapelare niente sul nostro stato d’animo, per non fornire alla sensitiva “ispirazioni o sensazioni” preziose. Giovanni aveva portato per primo il discorso sullo stato del suo cuore e, secondo me, aveva lasciato impercettibilmente trapelare la sua preoccupazione. Conclusi proponendogli la seguente contro-prova: avremmo fatto passare alcuni mesi e poi saremmo tornati a farci visitare, con le parti scambiate. Io mi sarei mostrato preoccupato per la mia salute, specialmente per le condizioni del mio cuore e lui non avrebbe aperto bocca.

La contro-prova

Il 25 gennaio del 1997 avevo degli impegni ad Ancona. Fu possibile fissare l’appuntamento per una nuova visita con Pasqualina telefonando solo una ventina di giorni prima. Ciò significava che la ressa per ottenere una prenotazione stava calando e parecchio. Trovammo come al solito tutti “malati” accompagnati. Mentre per la prima visita avevo dato solo il mio nome di battesimo e Perugia come luogo di provenienza (sono queste le informazioni richieste all’atto della prenotazione) questa volta avevo dato Arezzo come città di provenienza e Giovanni come nome da segnare.

Il mio amico aveva addosso una pila rettangolare da 9 Volt che alimentava un apparecchietto costruito da un ingegnere italiano ispirandosi al cinese Jang. Questi aggeggi, a detta ovviamente di chi li vende, curano tutto: dall’insonnia all’impotenza, dai reumatismi, ai dolori mestruali e chi più ne ha più ne metta. Danno delle scossette elettriche con intensità e a intervalli variabili. Quello di Giovanni era abbastanza più ingombrante di quelli cinesi, nei quali è possibile variare l’intensità ma non la frequenza. Il petto e i fianchi di Giovanni erano quindi pieni di fili elettrici e di elettrodi, mentre la batteria e l’apparecchio sporgevano dalla pancia. C’era il pericolo che Pasqualina se ne accorgesse e “vedesse” che era un infartuato o comunque che fosse uno che andava a batterie. Ma, se non se ne fosse accorta, sarebbe stato un bello scherzo per una che ti conta i globuli!

Ricordai a Giovanni, fino alla fine, di star muto come un pesce e, finalmente, entrammo. Ci accomodammo di fronte alla sensitiva e restammo per un po’ tutti e tre in piedi, mentre lei ci scrutava. Poi, lasciando di stucco il mio canuto e più giovane amico, rivolgendosi a me domandò: «E lui chi è? è tuo padre?»

Nonostante la proibizione di parlare, Giovanni, ridendo, allargò le braccia e spiegò, indicandomi: «No, No: siamo solo amici! è tutta colpa sua, che sembra troppo giovane!» Chissà come sarebbe andata a finire, se avessimo esclamato: «Sì, certo! Ma come ha fatto a indovinare?»

La sensitiva si precipitò subito a correggere il tiro per riguadagnare simpatia e credibilità, chiedendo a Giovanni, mentre lo faceva sedere: «Levati ‘sti occhiali neri. Quanti anni hai?»

«Cinquantuno».

«Cinquantuno? Come te li porti bene! Io te ne avrei dato quarantotto!», concluse pensando di rimediare l’esilarante errore iniziale.

Si ripeté il solito rituale, con Giovanni sempre a occhi chiusi.

Lui non fece domande, rispose in modo vago quasi sempre. Non si lamentò di particolari disturbi, né parlò di stanchezza o di affanno. Lei gli trovò la pressione normale, il cuore e le arterie in buono stato, la prostata appena appena ingrossata ed escluse che avesse un tumore alla testa o al fegato. Non parlò di calcoli, né di disturbi alla digestione. Giovanni, che era stato scambiato per mio padre, era sano come un pesce.

Quando fu il mio turno, la musica cambiò. Io, che ero stato giudicato sanissimo pochi mesi prima, mi ritrovai con il ventricolo sinistro fuori uso. Ma vediamo meglio come andarono le cose.

Appena ripresasi dalla fatica del viaggio interno al mio corpo, dopo le solite scosse e tutto il resto della collaudatissima gestualità, mi chiese: «Sei scapolo o ammogliato?».

E io, sposo felicissimo e da sempre con rapporti indescrivibilmente buoni con quell’angelo di mia moglie, risposi accentuando un’espressione sconsolata: «Eh… Sono sposato»

E lei: «So’ le liti co’ tu moje che te fanno stà male… te dole la testa»

«Sempre! Forte… dalla mattina alla sera».

«Ma nun l’ho visto un tumore…»

«Mi sento stanco e poi mi fa sempre male qua, dalla parte del cuore…»

«E sì, ce l’hai ridotto maluccio!»

«Mi sento sempre un peso…»

«E’ il ventricolo sinistro che nun funziona… e le coronarie nun è che ce l’hai tutte tappate… ma quasi. Insomma te devi dà ‘na calmata, per esempio nun te devi arrabbià quando guidi…»

«E come faccio, ha mai visto come guidano i peru… gli aretini? Quelli tagliano la strada, passano col rosso… e come fai a non infuriarti?»

«Ma tu ti c’arrabbi troppo e te fa male il cuore!»

Inutile dire che finora, fortunatamente, non ho mai avuto problemi di cuore, mai dolori, neanche toracici. Poi, in macchina sono sempre stato calmissimo.

«C’hai qualche doloretto di pancia…»

«Altro che doloretto… Mi fa male tutto! Dalla parte del fegato, più a sinistra… in basso…»

«Eh, c’hai pure il fegato brutto! Nun c’hai un tumore, quello nun l’ho visto, ma sei proprio messo male. Devi stà attento. Adesso de pressione sei quasi normale. Se te la misuri trovi novanta, ma soffri de sbalzi», (mai sofferto di sbalzi e sono ipoteso!).

«C’hai la prostata normale ma sei un po’ anemico. Di globuli bianchi ne ho visti 8 milioni e 200 mila. C’hai la testa piena di pensieri! Troppi! T’hai da calmà! Che lavoro fai?»

«E qui, purtroppo, feci un errore che poi pagai, rispondendo: «Faccio il commerciante, perciò ho i pensieri! Allora, concludendo, io sto messo male, mentre mio padre.., cioe` il mio amico, sta bene. Ma è proprio sicura?»

«Sì che so’ sicura, vie’ qua che te faccio ‘naltra visitina e dico ‘na preghiera», disse riprendendo le mani di Giovanni e riportandoselo davanti.

Gli riappoggiò un orecchio al petto, rimase ferma alcuni secondi, si rifece il segno della croce. Pregò. Riaprì gli occhi e, quando le diedi la cifra che mi aveva chiesto per la prima “visita”, mi disse: «Solo questi mi dai? Ho rivisitato l’amico tuo e ho detto pure ‘na preghiera». E, o perché le avevo detto d’essere un commerciante, o perché questa volta non avevamo i blu-jeans ed eravamo vestiti con giacca e cappotto, volle esattamente il doppio.

Forse avrei fatto bene a mostrare gli elettrodi al petto di Giovanni, facendo notare alla sensitiva che aveva detto una montagna di sciocchezze. Avrei forse fatto bene a non darle un soldo, perché ora che per stanchezza ha ridotto il numero di visite, non si accontenta più di un’offerta, anche se buona. Ma io sono di cuore troppo tenero e di fronte a un’ultraottantenne che forse ha creduto e crede di avere poteri paranormali, ho preferito non darle un dolore e un’umiliazione. I soldi che le ho dato per due volte li considero spesi per lo studio di un caso. E, come si usa per i lavori scientifici, ringrazio la mia dolce e paziente moglie, per aver contribuito al finanziamento della “ricerca”.

In macchina, Giovanni non poteva non riconoscere che il mio piano era riuscito alla perfezione. Ma lui, maestro di logica, non si arrese, perché, in fondo vorrebbe che questi fenomeni esistessero e disse, accarezzando la scatola del generatore di “micro-elettroshock”, che gli sporgeva sulla pancia: «Vuoi vedere che ha indovinato e che sono guarito? Sta a vedere che quest’apparecchietto elettrico funziona!»

Alcune riflessioni finali

Qualcuno potrebbe sostenere che, in casi simili, per potersi pronunciare a favore o contro l’esistenza di facoltà paranormali, si dovrebbero eseguire prove più serie di quelle che così, in piccolo, ho effettuato io. Tuttavia, dopo aver sentito e visto tutto quello che ho riportato, parola per parola, gesto per gesto, non consiglierei certamente ad alcuno di farle.

Vorrei aggiungere soltanto alcune considerazioni. Sessant’anni fa, quando presumibilmente la Pezzola iniziò la sua attività, alcune delle tecniche diagnostiche di cui oggi disponiamo, che veramente permettono di “vedere dentro”, non esistevano. Esisteva, per esempio, l’angiografia, che però veniva e viene tuttora effettuata nei casi di vera necessità. Oggi, invece, un’ecografia o un eco-Doppler si eseguono anche solo per un controllo preventivo, oltre che per ogni minimo dubbio del medico o per tranquillizzare i pazienti.

Sessant’anni fa, quindi, quando lei diceva a uno, canuto, grassottello, con respiro affannoso e che lamentava eccessiva e costante stanchezza: «C’hai il ventricolo sinistro un po’ scassato, la prostata un po’ ingrossata, le coronarie mezze chiuse, c’hai qualche sbalzo di pressione, non c’hai un tumore alla testa, ecc…», era molto difficile, e in alcuni casi impossibile, controllare rapidamente molte delle sue affermazioni. Ora, con l’ecografia, si vede in tempo reale il cuore mentre pulsa e si controllano i ventricoli. Con l’eco-Doppler, si vedono eventuali placche aterosclerotiche in alcune arterie, per non parlare delle altre possibilità offerte dalla Tomografia Assiale Computerizzata (TAC), e dalla Risonanza Magnetica Nucleare (RMN).

Forse, il crollo del numero delle visite giornaliere eseguite dalla Pezzola, più che alla stanchezza dovuta all’età, è dovuto alla facilità e soprattutto alla rapidità con cui è possibile controllare la veridicità almeno delle sue affermazioni più gravi. è difficile che in futuro possano nascere nuove Pasqualine (e anche questo dovrebbe far pensare e molto).

Giovanni mi ascolta. Sembra convinto, ma continua ad avere dei rigurgiti di dubbi, e qualche giorno fa mi ha domandato, sorridendo: «A volte penso che sia tutto vero quello che dici. Per il cuore le cose saranno andate come sostieni, ma come spieghi che abbia azzeccato la diagnosi dei calcoli e per giunta che abbia indovinato pure che si trattava del rene destro?»

Ho provato a ragionare: «La Pezzola, per quanto mi risulta, riduce al minimo il numero di malattie sulle quali si pronuncia. Sono tra le più diffuse. Tra queste troviamo appunto i calcoli renali. La zona dove abita e dove è nata la sua leggenda era, e forse è ancora, ai primissimi posti per incidenza di calcolosi, a causa del tipo di acqua locale. Probabilmente, sessant’anni fa, le persone sofferenti di questa affezione erano circa il 10% della popolazione e, quindi, i portatori di calcoli “silenti” erano molti di più. In una situazione del genere, anche oggi, se un sensitivo spara le diagnosi completamente a caso, ma solo su persone che stanno male o pensano di star male, la probabilità che un “malato” pensi di aver avuto una diagnosi esatta diventa notevole, se il sensitivo abbonda nelle diagnosi affermative. Infatti, dicendo ad uno di cinquant’anni: «Tu hai i calcoli…», se quello ce li ha, il sensitivo dimostra subito di aver visto giusto, se invece il malato risponde che non glieli hanno trovati, il sensitivo può sempre dire che si tratta di renella e che né l’urografia, né l’ecografia l’hanno messa in evidenza. Se un sensitivo vede e conta globuli bianchi e rossi, figuriamoci se non vede la renella più minuscola che sfugge ai normali controlli strumentali! D’altra parte la Pezzola mette anche le mani avanti, suggerendo il decotto a base di foglie d’ulivo. Se anche adun successivo controllo clinico non si evidenzieranno calcoli, potrà sempre dire che “la renella” è restata invisibile perché il decotto ha funzionato!»

«In conclusione, una diagnosi, sbagliata, nelle particolari condizioni in cui ci siamo posti, non guastava e non guasta la credibilità del sensitivo. Ma quando, sempre andando a caso, se ne azzecca una, chi vuol credere in queste cose rimane colpito e indirizzerà al sensitivo altre persone dello stesso gruppo autoselezionato di “malati”. Se poi, invece di andare completamente a caso, il sensitivo si serve dell’occhio clinico e di un grande talento nel cogliere i segnali mandati dal malato, la probabilità di successi aumenta di molto e il gioco è fatto: la fama dilaga!»

«Anzi, al sensitivo conviene sbilanciarsi ancora di più, specificando anche se i calcoli sono nel rene destro o sinistro, cosa che del resto la Pezzola è costretta a fare, affermando di “vedere” tutto una volta entrata dentro un corpo. Un successo, come nel tuo caso, caro Giovanni, per la Pezzola e parenti vuol dire letteralmente oro. Un insuccesso lascia sempre il dubbio e quindi non spinge a gridare allo scandalo. Per giunta, sbagliano i medici a interpretare le lastre (ah, se sbagliano!), perché prendersela con qualche errore di una sensitiva?»

Se infine qualche irriducibile pasqualinista dovesse dire: «Ma poveraccia… ora è vecchia! Come cominciano a non funzionare più occhi, orecchie e tutto il resto, così anche le sue capacità paranormali si stanno appannando. Per questo con voi, la seconda volta, si è sbagliata!», risponderei che a maggior ragione le converrebbe, finalmente, mettersi a riposo e non abusare, fino in fondo, delle preoccupazioni e delle tasche dei creduloni.

A proposito. Prima di scrivere questo resoconto, ho fatto controllare lo stato del ventricolo sinistro (anzi, di entrambi i ventricoli del mio cuore) e ho fatto anche un check-up (non si sa mai!): tutto regolare. E la miocardite di Giovanni, purtroppo, non è scomparsa.

Prof. Paolo Diodati

Università di Perugia

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SILVANO FUSO (Cicap)
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4 commenti

  1. cristianociotto ha detto:

    solo una cosa da dire profonda tristezza verso queste persone che credono alle cartomanti e/o a chi legge loro i tarocchi. Possibile che noi italiani siamo cosi stupidi? mi permetta di usare questo termine professore

    • cristianociotto ha detto:

      Non ho più parole per certi atteggiamenti della persone che seguono il gregge…… Pensare con la loro testa no?

      • cristiano ha detto:

        Questa credenza popolare mi fa molto arrabbiare? Perchè si deve credere a ciarlatani come questi?

  2. quattrocchi laura ha detto:

    Pasqualina non era una ciarlatana ma bensì una persona che aveva come dono di poter vedere le persone internamente nel loro corpo. io che non credo a nulla, sono rimasta interdetta quando era riuscita a scoprire solo malattie che io sapevo di avere. se non mi avesse aiutato, forse ora non avrei neanche mio figlio, visto e considerato che solo lei è riuscita a salvarmi dall anoressia. non i medici. rispettiamola soprattutto che ora non c’è più, che la si creda o no, era una brava persona, e non è vero che prendeva soldi, io la porterò sempre nel cuore

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