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Sulla (im)possibilità di conoscere se stessi

Rileggendo Bergson ho pensato che conoscere se stessi è impossibile. Diciamo meglio: se pensiamo di conoscere noi stessi, la nostra interiorità – ciò che Bergson chiama  durata e che coincide con la coscienza, con la nostra storia vissuta – ecco se pensiamo di conoscere il tempo della vita come se si trattasse di un qualunque meccanismo e quindi con gli strumenti della logica e del linguaggio, allora siamo destinati al fallimento.

In fondo, che sia così lo si capisce se prestiamo attenzione al fatto che, contro il presupposto di ogni logica che vuole A essere uguale ad A e diverso da B, io sono allo stesso tempo identico e diverso rispetto a me stesso. Io, Paolo, duro nel tempo, cioè sono sempre io, nel passato, nel presente e nel futuro; eppure il Paolo-bambino non è il Paolo-adulto.

Io sono realtà in movimento, ma quel movimento è un continuum senza interruzioni, quindi ogni scomposizione analitica ne è un’alterazione, ogni parola per descriverlo un’astrazione.

E allora? Nessuna conoscenza di noi stessi è possibile? Non con le parole, non con i concetti. Bergson ammette, tuttavia, che una via d’accesso alla nostra interiorità sia possibile attraverso le immagini. Non che una o più immagini possano rappresentare perfettamente la nostra coscienza. Però le immagini possono portarci laddove i concetti non arrivano, fino dinnanzi alla porta dell’intuizione. Poi l’intuizione è compito nostro. Ognuno la compie per sé: “A chi non sia capace di darsi da sé l’intuizione della durata che costituisce il suo essere, nulla la darà mai, non i concetti più che le immagini”.

Che cosa può e deve fare dunque la filosofia, se parole e concetti non risultano adatti a scoprire l’essenziale, ma nemmeno le immagini possono compiutamente farlo? Si tratta di una questione di metodo. Qual è il metodo adatto per studiare i fatti di coscienza?

Ecco la risposta di Bergson: “L’unica mira del filosofo deve essere, qui, provocare un certo lavoro che, nella maggior parte degli uomini, le abitudini mentali più utili alla vita tendono a bloccare”.

La filosofia non dice la verità, non svela, non rivela. La filosofia sospinge, attiva percorsi, sollecita, stimola, dà da pensare. Pensare, qualcosa che non siamo più abituati a fare, perché troppo occupati dai compiti del quotidiano adattarsi e adattare.

Ecco che ritornano le immagini. Perché sono le immagini che soprattutto danno da pensare. Non una in particolare, perché nessuna può sostituirsi all’intuizione. Ma molte, più immagini sono offerte al pensiero, più il pensiero è stimolato a compiere l’intuizione che realizza la comprensione di sé.

Bergson: “Non v’è immagine che sostituisca l’intuizione della durata: ma molte immagini diverse… potranno, con il convergere della loro azione, dirigere la coscienza sul punto preciso ove c’è una certa intuizione da cogliere”.

Mi sembra che questo approccio abbia una rinnovata eco nei nostri giorni, come se rispondesse ad un bisogno che oggi torna evidente. Un esempio è costituito dalla Teoria della Flessibilità Cognitiva (Cognitive Flexibility Theory, CFT).

L’approccio teorico della CFT si concretizza nell’allestimento di ambienti di apprendimento orientati al criss-cross landscape, secondo l’espressione di Wittgenstein ripresa da Spiro, ovvero all’attraversamento e riattraversamento degli stessi contenuti di un dominio di conoscenza in modo non lineare e multidimensionale, ritornando sullo stesso luogo del “paesaggio concettuale” (conceptual landscape) varie volte, ma in differenti circostanze e provenendo da differenti direzioni.

Wittgenstein ha intrapreso una sperimentazione linguistica alla ricerca di nuovi sentieri della scrittura, convinto dell’impossibilità di esprimere pensieri complessi attraverso un’esposizione conclusiva. Invece di forzare le sue idee per incanalarle in una direzione, mediante operazioni di sintesi riduttiva, che, perseguendo scopi di eleganza espositiva e parsimonia teoretica, finissero per snaturarne la complessità concettuale, egli ha voluto trattare le proprie argomentazioni come “schizzi pittorici” di un complesso paesaggio. L’opera diventa così una sorta di album contenente sequenze di “raffigurazioni” filosofiche e la lettura un attraversamento e riattraversamento, da molte direzioni, del territorio concettuale. Detto in altri termini, la stessa questione viene rappresentata sotto differenti contesti e analizzata da differenti prospettive, ognuna delle quali atta ad illuminare un particolare aspetto.

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2 commenti

  1. cristiano ha detto:

    E proprio vero conoscere se stessi è un arte sopraffina ma molto difficile e complicata infatti a mio avviso l’arte di conoscere se stessi in quando spirito e corpo è impossibile. Ricollegando bergson a kant per quanto riguarda le categorie di spazio e tempo egli le vede in un concetto più evoluto di quello kantiano di forme pure mentre per quanto riguarda hegel lo spirito non fa un vero e proprio cammino di autoaffermazione ma solo un evoluzione. Infine ripensando a freude alla psicologia nascente si può vedere che noi non siamo esseri scandITI Scientificamente ma siamo degli esseri dotati di ricordi che possono segnare la nostra vita in modo positivo o negativo. Non mi trovo invece d’accordo con bergson sulla distinzione tra tempo della scienza e tempo della conoscenza nel senso che a mio avviso il tempo della scienza può ” sposarsi” con la coscienza perchè con l’immagine del pendolo che scandisce ogni singola ora l’uomo può rendersi conto che la scienza aiuta la conoscenza solo in modo parziale nel senso che l’uomo è spinto a conoscere secondo un proprio impulso che poi si concretizzera nello slancio vitale del filosofo. Ma Bergson cosaintende con spazio vitale esposta nel libro Evoluzione creativa , bergson intende con questa formula l’evoluzione della vita del singolo individuo. Infine aggiungo che anche heidegger si occuperà del tempo in chiave kierkergardiana. Inoltre Bergson con l’immagine della retta che viene sintetizzata conl ‘idea del movimento da A a B che rappresenta il ricordo puro, da B a c che rappresenta il ricordo immagine e da C a D che rappresenta la percezione egli vuole far emergere la sua idea di vita e di conoscenza risolvendo il dualismo tra interiorità e esteriorità intesa come tempo soggettivo e oggettivo che deve approdare ad unione di queste due divisioni vivendo in maniera completa

    • cristiano ha detto:

      Inoltre aggiungo che heidegger affrontando il tema del tempo tanto caro alla filosofia vede nel tempo una possibilità di scelta aut-aut e da qui scatta anche a mio avviso il movimento dell’esistenzialismo quel movimento filosofico che si interroga sull’uomo sia in chiave kierkergardiana quindi della filosofia dell 800 ma anche in chiave nietzchiena/bergosoniana. Ma risollevando il tema affrontato oggi in classe secondo me l’uomo è più libero se conosce il passato perchè almeno sa quale strada percorerre e quali errori evitare di commettere ma questo rappresenta anche un limite. Se l’uomo vivesse strettamente legato al passato e conoscesse se stesso non rischierebbe dii mpazzire?

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