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Max Weber

Tra positivismo e storicismo: la sociologia comprendente e il concetto di “tipo ideale”

Nella seconda metà del XIX secolo ci fu, soprattutto in Germania, una vivace reazione al positivismo e al modo di intendere le scienze umane di Saint-Simon e Comte. Per indicare tale movimento si è soliti utilizzare due termini: 1) Storicismo. Lo storicismo fu un movimento filosofico che ha posto l’accento sull’irriducibilità della conoscenza storica a leggi universali e necessarie (come quelle tipiche delle scienze naturali), giungendo a proclamare la superiorità della conoscenza storica su quella delle altre discipline, in quanto solo tale conoscenza sarebbe capace di cogliere gli aspetti individuali e i valori che costituiscono l’essenza più profonda della vita e della realtà spirituale, e in particolare, il suo continuo mutare, il suo irriducibile dinamismo. 2) Ermeneutica. L’ermeneutica è la scienza dell’interpretazione, una disciplina antica che si diffonde nel XIX secolo e si è sviluppata anche in epoca contemporanea fino ai nostri giorni e che si basa sull’idea che i fatti vadano interpretati e compresi singolarmente, nelle loro specifiche caratteristiche, senza il ricorso a spiegazioni generali.

I positivisti consideravano le scienze naturali il modello cui adeguare quelle dell’uomo e ritenevano che lo stesso metodo scientifico dovesse essere applicato in ogni campo del sapere (in fisica, in biologia, in sociologia, in storia, ecc.). Pensavano inoltre che la ricerca scientifica, sia in campo umano che naturale, servisse a scoprire le leggi generali e a ricostruire i meccanismi insiti nella realtà e a spiegare e prevedere gli eventi. Gli storicisti tedeschi, invece, iniziarono a pensare che lo studio delle vicende umane fosse un campo completamente differente rispetto a quello del mondo naturale, che si trattasse cioè proprio di due diversi ordini di scienza. Dilthey usò l’espressione scienze dello spirito, per indicare il dominio dei fatti umani, contrapposto a quello degli eventi fisici di pertinenza delle scienze della natura. Per gli storicisti, mentre nelle scienze naturali si va alla ricerca di leggi universali, quando si studia la storia umana (e per esteso ogni ambito del sapere umano) l’intento è cogliere i singoli eventi nella loro individualità, unicità e irripetibilità. Ogni fatto è un evento completamente a sé e va capito come tale (ogni fatto va interpretato nella sua unicità, senza ricorso a leggi generali). Lo scienziato che spiega guarda ai fenomeni dall’esterno, nota gli eventi ripetitivi e inferisce connessioni causali; invece chi è teso a comprendere si sforza di cogliere le esperienze umane dall’interno, usando l’empatia (il mettersi nei panni dell’altro) e cercando di rivivere su di sé il vissuto altrui, pertanto è interessato a ricostruire il mondo mentale degli individui che studia, le loro percezioni, i pensieri e le intenzioni.

Max Weber studiò giurisprudenza a Heidelberg e a Berlino e si trovò immerso nel clima intellettuale dello storicismo tedesco. Quindi non poteva sottrarsi all’influenza delle critiche al positivismo. Tuttavia, anziché sposare semplicemente le tesi storicistiche, cercò di conciliare tendenze positivistiche ed ermeneutiche, fondendo in un approccio originale gli aspetti validi di entrambe: creò così quella corrente che va sotto il nome di sociologia comprendente. Dallo storicismo ricavò la lezione della rilevanza della soggettività (per cui le realtà sociali vanno studiate dall’interno a partire dal senso che i partecipanti danno alle loro esperienze). Rigettò però l’idea che la scienza sociale possa fermarsi alla descrizione dei particolari, riducendosi a una collezione di eventi compresi. Il positivismo sbagliava a guardare i fatti umani dall’esterno (in modo distaccato), escludendo il punto di vista soggettivo, ma aveva ragione a cercare leggi generali e spiegazioni. Quindi per Weber la sociologia deve comprendere le esperienze umane nella loro particolarità, ma anche, da quello studio, ricavarne modelli generali. Per Weber i mattoni della costruzione della sociologia sono le azioni individuali e la ricerca comincia sempre dalla comprensione di ciò che fanno i singoli. Il portatore di senso delle azioni è l’individuo, per cui se vogliamo capire realtà come le istituzioni, le religioni, le economie, la politica, ecc., dobbiamo partire da come i singoli individui percepiscono e intendono la realtà, la vita, le cose quotidiane. Per studiare le azioni sociali occorre quindi il procedimento interpretativo, basato sull’empatia e sulla riproduzione dei vissuti altrui. Tuttavia affinché i risultati ottenuti abbiano dignità di discorsi scientifici, l’interpretazione non può ridursi a descrivere casi singoli, ma deve sfociare in una concettualizzazione abbastanza generale da consentire spiegazioni e teorie. Per Weber ciò che si ricava dalla comprensione delle azioni sociali è il tipo ideale (Idealtypus), cioè un particolare modello concettuale. Il concetto di idealtipo somiglia a ciò che in filosofia della scienza si chiama modello e si distingue dalla teoria, perché a differenza di questa non pretende di riprodurre esattamente la realtà. Consiste in un costrutto concettuale con un grado di generalità intermedia tra quelli assai astratti dei positivisti e quelli troppo particolari degli storicisti. Da un lato non perde di vista le peculiarità della situazione specifica, dall’altro consente di fare confronti tra situazioni simili. Il tipo ideale viene ricavato dalla realtà concreta, ma se ne discosta, perché il ricercatore seleziona determinati elementi, ne accentua alcuni più di altri e crea un complesso di collegamenti più unitario e coerente di quello che nei fatti esiste. Il tipo ideale costituisce un’esagerazione concettuale della realtà empirica. Nella realtà non troviamo praticamente mai il tipo ideale, non solo in quanto è un’esagerazione concettuale, ma anche perché di solito più tipi ideali si mescolano a formare il tipo concreto (nella realtà nessun individuo ha tutti i tratti ascritti al modello). Il tipo ideale, scrive Weber, “è ottenuto mediante l’accentuazione unilaterale di uno o di alcuni punti di vista, e mediante la connessione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e discreti… Nella sua purezza concettuale questo quadro non può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un’utopia”. Il tipo ideale è uno strumento euristico, un mezzo utile nella ricerca. Offre infatti un parametro di riferimento per inquadrare ciascun caso concreto, vedendo quanto se ne avvicina o discosta e fa da base per instaurare confronti. (Pensate ad alcuni tipi ideali in cui potremmo essere coinvolti: lo studente italiano tipo, l’insegnante italiano tipo, il cattolico tipo, ecc.).

La dispensa completa può essere scaricata su Doceo

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