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Le emozioni ferite

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Il libro
Il libro è indirizzato alla ricerca delle emozioni perdute: le emozioni che curano e quelle che, nel dolore e nella follia, anelano a essere riconosciute; le emozioni che, gracili e segrete, si colgono nella gioia e nel silenzio; le emozioni che si intravedono nella luce degli occhi e nei vasti quartieri della memoria; le emozioni che sono matrici di poesia. Sono emozioni che il libro intende fare riemergere nella loro verità psicologica e umana, e nell’importanza che esse hanno per la conoscenza di sé e per lo svolgimento di relazioni interpersonali dotate di senso. Sono emozioni che fanno parte della vita normale e della vita psicopatologica


Quando è la ragione a generare mostri. Intervista a Eugenio Borgna 
di Giulio Brotti, tratta da “L’Eco di Bergamo”, 2 luglio 2009
“Rimarranno senza luce questi abissi del cuore, rimarrà abbandonata l’anima con le sue passioni, al margine dei cammini della ragione?”. Eugenio Borgna pare aver colto in queste parole della filosofa spagnola Maria Zambrano – da lui spesso citate – una sfida. Confrontandosi con l’autre monde della follia (a lungo frequentato quando era responsabile del servizio di psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara), egli ha voluto esplorare progressivamente, nei suoi libri, i “paesaggi dell’anima”, partendo dall’assunto che anche i sentimenti più caliginosi, come l’angoscia, il lutto, la disperazione, abbiano un significato autenticamente umano, meritevole di interpretazione e ascolto. L’ultima tappa in questo cammino di conoscenza, al momento, è costituita dal volume Le emozioni ferite: anche in questo caso, l’indagine procede in un confronto con i maestri della cosiddetta “psichiatria fenomenologica” (come Karl Jaspers, Ludwig Binswanger ed Eugène Minkowski) e, ancor più, con le opere di narratori e poeti (tra gli altri: Leopardi, Holderlin, Emily Dickinson, Clemente Rebora, Milan Kundera), sul presupposto che la grande letteratura possa contribuire quanto gli studi clinici alla comprensione dei fenomeni della psiche. “Nella prima metà del Novecento- spiega Borgna, già docente di Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano – la psichiatria ha operato una ‘svolta emozionale’: ha cioè rivalutato il ruolo delle emozioni e dei rapporti intersoggettivi, come elementi fondanti dell’esperienza umana. In questo, ha ripreso le intuizioni di pensatori come Edmund Husserl ed Edith Stein, anche se, per la verità, già Agostino e Pascal avevano insistito sulla centralità degli affetti, come autentiche fonti di conoscenza su noi stessi e il mondo. Lo stesso Leopardi, su questo tema, ha scritto parole splendide: ‘Non bisogna estinguer la passione colla ragione – leggiamo nello Zibaldone -, ma convertir la ragione in passione”, perché la ragione, da sola, ‘non è forza viva né motrice’. Talvolta, si sospetta dei sentimenti: lasciati a loro stessi, si dice, porterebbero all’egoismo e alla sopraffazione reciproca: ma proprio la storia del Novecento ha mostrato che cosa avviene quando si coltiva l’idolatria di una ‘razionalità assoluta’, pretendendo di ridurre al silenzio le passioni”.

Anche l’insonnia della ragione, dunque, genera mostri? 
Sì. Le emozioni, ufficialmente bandite, ritornano allora in scena in forme selvagge, distruttive; si pervertono in ideologie disumane.

Vorremmo un suo giudizio, professore, su una tesi che presentiamo in forma un po’ paradossale. Al di là delle apparenze di segno contrario, forse la cultura contemporanea è afllitta da un eccesso di “spiritualismo”: nella visione prevalente, la sfera pubblica dovrebbe essere regolata da una razionalità formale, che non avrebbe però nulla da dire sulle esistenze individuali, sulle modalità con cui ciascuno di noi ricerca la propria felicità, ad esempio, o affronta le esperienze-limite della solitudine o del lutto. Si riconosce al singolo cittadino il diritto alla privacy, ma lo si espone al rischio del mutismo, della disperazione. 
Direi che noi oggi assistiamo a un tentativo – più o meno consapevole, in ogni caso impressionante – di rimuovere dal discorso pubblico ogni traccia di vera intersoggettività, di vera intimità, di tutti quegli atteggiamenti umani che non si possono spiegare in termini di efficacia strumentale, di fungibilità. Si misconosce tutto ciò che non ha un valore economico-finanziario, in senso lato. Tuttavia, quando viene meno l’attenzione all’interiorità, quando le emozioni sono accettate o rifiutate solo in base alla loro “gradevolezza” o alloro “valore adattativo”, il territorio della psiche cade in balìa di forze impazzite. La nemesi di una società che vorrebbe reggersi solo in base al principio d’efficienza è ben visibile, oggi, negli scoppi di violenza irrazionale che l’attraversano.

La stessa psichiatria non è esposta alla tentazione del conformismo? 
Talvolta tende a perseguire, forsennatamente, l’ideale di una perfetta “normalizzazione dell’io”. Si confonde la tristezza con la depressione, non si concede alcuno spazio alle esperienze del dubbio e della fragilità; si vorrebbero livellare le infinite sfumature della vita emozionale. Si immagina di potere e di dovere risparmiare al paziente, per via farmacologica, ogni sofferenza o “eccesso umorale”, trattando le emozioni come sintomi-bersaglio. La questione della ricerca di un significato nella propria vita e nella relazione con gli altri esseri umani si riduce così alla necessità di mantenere una condizione “standard”, un accettabile grado di efficienza nello sbrigare gli impegni quotidiani.

Leggendo Le emozioni ferite, ci è venuto in mente che forse proprio sul piano della “condivisione emotiva” si potrebbe ripensare la questione tanto dibattuta dello “scontro/incontro tra civiltà”. Nel senso che una soluzione potrebbe venire non da grandi elaborazioni teoriche, ma dalla frequentazione quotidiana di persone un po’ diverse da noi, con abitudini che magari ci sembrano strane, ma che come noi amano e accudiscono i genitori anziani, si preoccupano per l’avvenire dei figli… 
La questione dei rapporti tra diverse culture ha due aspetti: quello sociologico o politico-diplomatico, e quello dell’appartenenza a una comune umanità, come lei suggerisce. lo credo che questo secondo aspetto sia più profondo: le strutture portanti della condizione umana sono appunto intessute di emozioni comuni, a prescindere dalla cultura d’origine dei singoli individui; e aggiungerei che per alcuni valori attinenti a questo “nucleo” si può anche morire, come accade in questi giorni a Teheran. Forse, una possibile strategia per la risoluzione dei conflitti può passare proprio per la riscoperta delle emozioni che accomunano donne ed uomini di differenti contesti sociali: si aprirebbero così, forse, brecce inattese e provvidenziali, in situazioni apparentemente irrisolvibili da un punto di vista solo politico.

Rispetto ai precedenti, in questo suo ultimo libro lei dedica diverse pagine al sentimento della gioia, “che non è la felicità”. Potrebbe chiarirci il senso di questa distinzione? 
La gioia è l’esperienza emozionale più fragile e insieme più metafisica. A differenza della felicità, la gioia non richiede uno stato di benessere prolungato: il suo tempo specifico, piuttosto, assomiglia all”‘eterno presente” di cui parla Agostino, in cui confluiscono il passato e il futuro. La gioia si esprime nel sorriso, certamente, ma anche nelle lacrime: sono irrorati di lacrime gli scritti mistici di BIaise Pascal, di Teresa d’Avila e della giovane ebrea olandese Etty Hillesum, perita nel 1943 ad Auschwitz. In una pagina del suo diario leggiamo: “Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti”.

Forse, i mistici in senso proprio hanno un vocabolario più ampio per descrivere un’esperienza che può comunque ricorrere nella vita di ogni uomo. Ci viene in mente una frase dell’Ethica di Spinoza: sentimur percepimurque nos aeternos esse (“sentiamo e percepiamo di essere eterni”): nella gioia ci pare di intuire che non tutto, di ciò che siamo ed amiamo, sia destinato a perdersi nel tempo. 
Concordo. D’altronde, il termine “mistico”, etimologicamente, equivale a “indicibile”; e ogni essere umano può fare esperienza, in se, di un infinito che non riuscirà mai a descrivere a parole. Semmai, si potrà evocare questa dimensione mediante immagini, metafore; ma non ci sono immagini – affermava Eugène Minkowski – senza emozioni che le facciano zampillare.

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